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La Comencini: «Il mio film non è contro Milano»

di Valentina Conte

martedì 24 ottobre 2006

«Ero su un treno Roma-Milano quando si avvicina un controllore che mi urla: “Biglietto!”. Ed io d’istinto: “Vuole recitare in un mio film?”. E lui: “Sono venticinque anni che aspetto questo momento”».

Francesca Comencini, 45 anni, regista romana, figlia d’arte, è di buon umore e prova a scherzare alla affollatissima presentazione, a Milano, del suo nuovo film, “A casa nostra”. Arriva in ritardo, capelli rasati, completo maschile scuro. I fotografi sono tutti per lei e per Luca Zingaretti, uno dei protagonisti. Eppure si avverte tensione. Prima ancora di arrivare nelle sale, dove debutterà il 3 novembre, la pellicola è già diventata un caso:  fischi alla Festa internazionale del cinema di Roma, critiche di Ettore Scola (che di quella Festa era presidente della giuria popolare) e persino un intervento di Letizia Moratti : «Un film che denigra Milano», si è indignata il sindaco. Tutto in pochi giorni.

«Non mi aspettavo queste reazioni negative - dice la Comencini - ma le accetto. Mi ferisce però che si dica che ho fatto un film contro Milano, la città di mio padre che amo molto. Potevo girarlo a Parigi, Berlino o Roma. Il luogo è solo un paradigma per parlare di denaro e corruzione. E Milano è la capitale della finanza, con la Borsa e le grandi banche. Ma non pensavo di fare un film scomodo. Evidentemente ho toccato un nervo scoperto e allo stesso tempo un tabù di cui nessuno parla ma che è sotto gli occhi di tutti».

Milano città del malaffare, dunque, dove si può comprare qualunque cosa. Luca Zingaretti (nella foto con Valeria Golino) è un banchiere che pratica l’insider trading e si scontra con un capitano della guardia di finanza (Valeria Golino). Con loro si incrociano e sfiorano storie governate dal denaro: rubato, guadagnato, esibito, impalpabile.

 

«È un film bellissimo - dice Zingaretti - che racconta il rapporto degli italiani con i soldi negli ultimi vent’anni. Il mio personaggio ha un’anima nera, un buco nero, è quasi bulimico nell’accumulare». «Il film infrange un tabù - aggiunge Gianni Barbacetto, inviato del settimanale “Diario”, coautore del soggetto - quello di mettere al centro il sapore e lo spessore della realtà senza essere un documentario ma una storia di sentimenti, passioni, corpi. E questo non lo fanno più neanche i telegiornali».

«Avevo voglia di girare a Milano - dice ancora la Comencini - ma questo non è un film consolatorio né un saggio. Il denaro non è un male in sé, piuttosto “un infinito vuoto, un infinito niente”. E mi piacerebbe che la Moratti lo vedesse». Quantomeno per scovare tra le comparse il burbero bigliettaio che sogna di fare l’attore.

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Videochat di Corriere.it del 10 novembre 2006

VALENTINA CONTE frequenta il primo Master in Giornalismo dell'Università degli Studi di Milano