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Caccia all'eredità. E il western approda in Canada

di Micaela De Medici

lunedì 20 novembre 2006

 

“Elliott Fleury entrò nel saloon. L’ultimo cliente se n’era andato da un pezzo, e le sedie erano tutte capovolte sui tavoli.” Così fa il suo ingresso il protagonista di Eredità di sangue, western di Matteo Negri (Pascal editrice), fresco di stampa. Un romanzo d’avventura, che nasce dalla passione dell’autore per le storie e gli uomini di un’epopea passata.

 

Sarebbe dovuto essere un racconto breve, almeno nelle intenzioni iniziali dell’autore. Ma, si sa, i personaggi ti prendono la mano. Escono dalla pagina. “La storia di Elliott si è fatta da sola”, spiega Negri durante la presentazione del libro, avvenuta martedì 14 novembre a Milano al Castello Sforzesco. “Sono partito da un’idea di base e, man mano che mi immergevo nella narrazione, i personaggi hanno cominciato ad avere una vita propria. Non riuscivo più a smettere di scrivere, mi piaceva troppo”. Ma si doveva pur mettere la parola fine. E così Negri ha steso i tre capitoli finali e li ha uniti al corpo del romanzo.

 

Il risultato è “un capolavoro di immagini”, come ha detto il giornalista Sandro Rizzi, che usa un metodo di valutazione infallibile. “Il miglior test per un libro è leggerlo di sera a letto e vedere se non ti fa addormentare”. Test ampiamente superato, visto che l’intreccio cattura immediatamente il lettore e non è scontato né prevedibile.

 

Ambientato in Canada, nella seconda metà dell’ ‘800, è la storia di Elliott, un ragazzo di 14 anni, in fuga da uno zio che vuole ucciderlo per entrare in possesso di una grossa eredità. A fianco del ragazzo, uno straniero misterioso, che vigila su di lui e lo aiuta durante fughe, inseguimenti e agguati. Intorno a loro si muove una serie di personaggi, che non sono stereotipi, ma figure ben delineate. Con pochi, efficaci tratti.

 

“Le descrizioni lunghe mi annoiano quando leggo. Perciò le ho evitate”, spiega Negri. “E ho voluto riservare una sorpresa per ogni capitolo”. Ci sono i buoni e i cattivi, come in ogni western che si rispetti. Ma “nessuno è buono o cattivo fino in fondo”, continua l’autore. “La vita è dura e a volte le circostanze portano un personaggio buono ad agire in modo spietato”.

 

Un romanzo basato sull’azione, insomma, personaggi che si muovono in un mondo selvaggio, dove però hanno grande importanza valori come amicizia, lealtà, capacità di rischiare e sacrificarsi per gli altri.

 

MICAELA DE MEDICI partecipa al primo Master biennale in Giornalismo dell'Università degli Studi di Milano (eccola ripresa in occasione di questo servizio)