Home
 

Cade la Ticosa, simbolo della Como che non va

di Giacomo Fasola

mercoledì 31 gennaio 2007

Il 27 aprile 2007 è una data che i comaschi ricorderanno a lungo. Ore 18.08: dopo 25 anni, sette sindaci e infiniti progetti, una morsa meccanica comincia a mangiarsi la Ticosa, storica tintostamperia dismessa dal 1982. Il rudere, il Grand Hotel dei disperati, lo squallido biglietto da visita comincia a cadere. Al suo posto, entro il 2011 sorgerà un nuovo quartiere.

 «La città rinasce da qui», ha detto il sindaco Stefano Bruni prima di dare il via alla demolizione. Ma in riva al lago in molti storcono il naso: per il demolition day in stile hollywoodiano, ma anche per la scelta di  realizzare nei 41.800 metri quadrati dell'ex fabbrica un centro residenziale e commerciale.


Il prima. Aperta nel 1872 con il nome di Tintoria Comense SA (poi abbreviato in Ticosa), per oltre un secolo l'azienda tessile è la vera e propria locomotiva dell'economia lariana: lì si fabbrica la seta che - con il lago - rende Como famosa in tutto il mondo. Il dopo. Una volta chiusa la fabbrica, l'area diventa il simbolo del degrado e dell'immobilismo politico della città. In mezzo un biennio: dall'80, quando la proprietà decide di chiudere, all'82, quando il Comune acquista l'area per 7 miliardi di lire.


Per un quarto di secolo, la Ticosa è in cima all'agenda di tutti i politici comaschi. Cosa farne? Un nuovo municipio, l'università, un centro di eccellenza, una moschea, perfino l'acquario d'acqua dolce più grande d'Europa: «In quei capannoni abbandonati - scriveva nel giorno della demolizione il quotidiano locale La Provincia - è virtualmente entrata un'intera città». Ma alla fine non si fa nulla: per 25 anni, l'area viene sfruttata solamente come parcheggio. E come rifugio per tossicodipendenti, immigrati e senzatetto.


Nel 2006, finalmente, la svolta. Il 10 luglio la Multidevelopment, multinazionale olandese, vince l'ennesimo bando di gara indetto dal Comune. Il progetto prevede l'abbattimento degli edifici dell'ex fabbrica e l'interramento di un pezzo di tangenziale: al loro posto una serie di piazze, un hotel, giardini, uffici ed appartamenti. Questa volta si fa sul serio: a nemmeno un anno di distanza - ospiti il governatore Roberto Formigoni e il vescovo uscente Alessandro Maggiolini -, il 27 gennaio 2007 il sindaco Bruni schiaccia il pulsantone rosso che avvia le macchine. Luci colorate, musica, fuochi d'artificio: nessun botto, solo una morsa meccanica che dà il via alla demolizione. Durata prevista, due mesi. Cinquantacinque in tutto per vedere il nuovo quartiere.


Eppure. Eppure qualcuno non è contento. Alla cerimonia d'inizio dei lavori non partecipa la Lega, che sostiene la maggioranza del sindaco Bruni ma è contraria a celebrare una soluzione arrivata «dopo decenni di abbandono dell'area». E non si presenta nemmeno la minoranza di centrosinistra. Scettica, come molti comaschi, riguardo al centro residenziale-commerciale-terziario che sorgerà  da qui al 2011. Velenoso il paragone: «Al posto della Ticosa avremo un'altra Milano 2. E a Como, francamente, non ce n'era bisogno».

Foto Giacomo Fasola; http://www.svilupposistemafiera.it


 

Giacomo Fasola è iscritto al primo Master biennale in Giornalismo dell'Università degli Studi di Milano