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«Errore Usa. Falso il legame Saddam-Al Quaeda»

di Arianna Garavaglia

mercoledì 15 novembre 2006

La violenza è una moneta che paga in Medio Oriente. La democratizzazione è l’unica strada affinché questo non accada più”. Termina così la relazione di Vittorio Parsi, docente di relazioni internazionali alla Cattolica di Milano,  all’incontro “Il grande Medio Oriente nelle politiche europee e americane”, organizzato dall’Ispi, il 14 novembre. Insieme a lui Richard L. Russell professore alla National Defence University di Washington e Franco Zallio, ricercatore all’Ispi. Moderatore Ugo Tramballi, inviato del Sole 24 ore. Un’occasione per fare il punto sulla regione e sulla guerra irachena, che per gli Usa è stata una causa della débâcle repubblicana alle elezioni di mid-term del 7 novembre e del licenziamento del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Ma c’è spazio anche per Israele e i suoi rapporti con Hamas e Hezbollah. Accenni all’Iran, invitato ad abbandonare i suoi progetti nucleari, e alla Siria, finanziatrice di Hezbollah e alleata dei persiani nell’area.

 

Dopo i saluti del console americano a Milano Deborah E. Graze.si introducono i temi centrali: l’indebolimento della leadership americana e l’accresciuta insicurezza della regione.  Russell ammette che l’errore dell’amministrazione americana “è stato quello di legare l’Iraq ad Al Qaeda, al terrorismo”, ma sostiene che per Bush Saddam Hussein era un pericolo da affrontare. Il professore critica  l’Europa e attacca Germania e Francia che per motivi interni hanno negato il loro appoggio agli Usa. Critiche anche all’inconsistenza militare dell’Europa, che “dovrebbe investire di più in sicurezza” invece di beneficiare dell’attività statunitense. Quanto a Israele, Russell ricorda il biennio 2000-2001 quando il premier Ehud Barak aveva accettato il compromesso che avrebbe portato alla creazione di due Stati ma Yasser Arafat fece saltare l’accordo. Un giudizio anche su Bob Gates, il sostituto di Rumsfeld:, “E’ un pragmatico, non penso proporrà un ritiro” dall’Iraq “che si sta avviando verso la guerra civile”.

 

Parsi, poi, legge gli anni recenti del Medio Oriente dal punto di vista delle relazioni transatlantiche: “L’Iraq ha segnato il momento di massima crisi”, ma il conflitto Israele-Hezbollah e la gestione del dopoguerra, con l’Italia e i Paesi europei che si sono assunti la responsabilità della missione Onu, hanno consentito un “riavvicinamento” tra le due sponde dell’Atlantico, soprattutto tra Francia a Usa. Per quanto riguarda la Siria e ill suo coinvolgimento in relazioni diplomatiche per pacificare la zona, Parsi invita a tenere presenti gli interessi del Libano, che dopo un mese di bombardamenti israeliani si è compattato con Hezbollah, indebolendo il governo nazionalista che sostiene posizioni antisiriane.

 

Quanto al nuovo assetto economico della regione e al relativo spostamento del peso politico sullo scacchiere mediorientale,  Zallio afferma: “Il Medio Oriente è in una condizione economica fiorente”, grazie all’aumento del prezzo del petrolio. A beneficiarne sono state le monarchie del Golfo che hanno investito tali risorse nel settore privato e negli Stati arabi non petroliferi “trasferendo benessere”. Poiché potere economico significa anche potere politico, questi Paesi, per pacificare la zona e renderla più stabile, “potrebbero partecipare alla politica transatlantica e diventare fornitori di sicurezza”.

 

Infine Tramballi si augura che, tra due anni, il prossimo presidente americano “sia un internazionalista” capace di riprendere un dialogo che coinvolga una comunità internazionale a sua volta più attenta e coraggiosa.

 

 

 

ARIANNA GARAVAGLIA partecipa al primo Master biennale in Giornalismo dell'Università degli Studi di Milano