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Goodbye Altman, il testamento nel suo ultimo film

di Ilario Lombardo

mercoledì 22 novembre 2006

Non se ne è andato silenziosamente Robert Altman, Il Grande Vecchio del cinema Americano. Prima, ha "filmato" la sua morte. Il suo ultimo film A Prairie Home Companion (in Italia Radio America), già lasciava intravedere i segni di un addio, come un testamento divertito, composto, leggero e amaro allo stesso tempo.

Ad 81 anni si preparava, infaticabile, a girare un nuovo film, l’ennesimo di una carriera iniziata più di cinquanta anni fa, con The Delinquents (1955), passando per Il lungo addio (1973), California split  (1974), Nashville  (1975), America oggi  (1990) . Una filmografia fitta di capolavori, di film che hanno dissacrato prima e innovato poi l’industria del cinema americano, senza mai lasciare lo spettatore neutrale di fronte al racconto.

Erano le ambigue sfaccettature di una nazione sempre più grande e contraddetta a interessare l’occhio critico di Altman: i rapporti di forza tra i cittadini, la coralità dei sentimenti, la solidarietà dei gruppi sociali. Negli ultimi suoi lavori il protagonista diventava sempre più anonimo, diventava parte di compagnie di uomini, filmate come collettività.

Così in Gosford Park, dove affronta il genere giallo in un’aristocratica tenuta della campagna inglese. Così in The Company, ricognizione delle prove quotidiane di una compagnia di ballo. E infine Radio America, storia dell’ultima puntata e dell’ultima notte di una trasmissione radiofonica.

Adesso quella radio è diventata anche il suo ultimo spettacolo, un saluto graffiante e corale al mondo, agli Usa, al cinema e al teatro.

Quello di Altman è sempre stato un cinema politico, ma dialettico, scevro di pregiudizi, diretto a contrastare ogni forma di potere insensato che compromettesse la libertà dell’individuo. Profondamente americano nello spirito, ma anche pieno di idiosincrasie verso una politica aggressiva all’interno e all’esterno degli States, all’indomani della seconda elezione di Bush aveva dichiarato di vergognarsi di essere americano.

La sua trasparenza lo ha reso inviso alle majors, che gli hanno negato grandi riconoscimenti. Soltanto alla fine l’Academy Awards ha saputo rimediare con un Oscar alla carriera, consegnato nel marzo di quest’anno.

È sempre stato il più critico dei registi, in ogni genere che affrontava: M.A.S.H (1970) è una delle più pungenti denunce antimilitariste in piena guerra del Vietnam, così come I protagonisti (1992) è una sferzante accusa al sistema delle grandi case di produzione cinematografica.

Ma forse il film che più di altri ha saputo compiere un’introspezione nelle manie degli americani è America oggi (1993) vincitore del Leone d’oro a Venezia, tratto dagli short cuts di Raymond Carver, altro grande analista delle debolezze che si celano e si alimentano dietro la solidità apparente di una Nazione.

Salito sul palcoscenico, dove ha ritirato l’Oscar alla carriera, Robert Altman ha detto: "girare film è come costruire castelli di sabbia e aspettare che il mare se li porti via".

Un’altra grande lezione di cinema.

ILARIO LOMBARDO partecipa al primo Master biennale in Giornalismo dell'Università degli Studi di Milano