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L'«altra ossessione» di Luchino Visconti: il teatro

di Ilario Lombardo

giovedì 16 novembre 2006

Nel 1945, in un’Italia piegata da vent'anni di dittatura e sei anni di guerra appare sulla scena dei teatri romani uno spettacolo francese intitolato I parenti terribili. L’autore è Jean Cocteau, il regista che ne ha fatto la trasposizione in Italia è Luchino Visconti. E con questo spettacolo arriva lo scandalo, "che scosse le pigre fondamenta su cui si era retta la coscienza gretta, ipocrita dell’Italietta fascistizzata". Sulle macerie morali e culturali di un paese diviso dal conflitto, Visconti, già autore del suo primo scomodo film (Ossessione, 1943), inaugura la propria carriera di regista teatrale, con una serie di opere originali e volutamente provocatorie.

L’amore per il teatro da parte del "Conte rosso", come era chiamato l’aristocratico comunista Visconti, era molto profondo e viscerale, e anche se poco conosciuto al di fuori delle aule accademiche, nella storia del teatro contemporaneo il regista occupa un posto di primo piano, pari a quello che ha nella storia del cinema.

A questo stretto legame è stato dedicato il convegno internazionale Luchino Visconti, un’ossessione per l’arte, organizzato dall’Università Statale di Milano in occasione del centenario della sua nascita.

È con lui, assieme a Giorgio Strehler, Paolo Grassi e Silvio d’Amico, che nasce il teatro di regìa in Italia (che per molti poi tenderà a ripiegarsi su sé stesso), un’idea artistica che libererà lo spettacolo teatrale dalla dittatura del primo attore, e lo consegnerà ad una struttura orchestrata fin nei minimi particolari dal regista. In questo modo Visconti scardina la stanca tradizione del teatro italiano ancorato al grigiore scenografico e drammaturgico del teatro borghese dell’Ottocento, e apre per la prima volta alla contemporaneità, alla sperimentazione che già in Europa e soprattutto negli Stati Uniti procedeva con successo di critica e di pubblico.

Nel giro di pochi anni con Visconti a Roma e Strehler a Milano, si compie una "rivoluzione copernicana", che stravolgerà l’attenzione assopita del pubblico, con l’affermazione programmatica di una nuova forma di spettacolo, che a partire dalla regia innoverà ogni dimensione della messa in scena.

Visconti importa in Italia per la prima volta la drammaturgia americana interdetta per anni dalla censura fascista: Hemingway, Caldwell, ma soprattutto Tenessee Williams e Arthur Miller, di cui condivideva la denuncia contro l’inerzia sociale e l’attenzione verso la decadenza borghese indagata nella propria intimità. Ma la sua originalità di artista lo porta anche ad affrontare i testi dell’avanguardia francese, conosciuti a Parigi durante le frequentazioni del circolo di Jean Cocteau: testi animati da un gusto dissacratorio per tutte le miserie morali di una società immobile e incapace di reagire a livello emotivo verso nuovi ideali. Innova anche il repertorio italiano, con una rappresentazione inedita de La locandiera di Carlo Goldoni, che divenne un modello per i futuri registi. Svecchia la messa in scena di autori come Shakespeare e Cechov, con una cura per il particolare realistico divenuto leggenda. Affronta anche l’opera lirica, da Verdi a Bellini, Donizetti, con un gusto e un intuito per la musica coltivato sin dall’infanzia alla Scala di Milano.

Visconti aveva un’idea di teatro "sociale", dove lo spettacolo è soltanto la prima fase dello "scandalo", di un’opera che coinvolge lo spettatore nella sua umanità. E per poter realizzare questo suo progetto artistico, sviluppato lungo tutta una vita, ha dovuto affrontare con coraggio le ire di un’opinione pubblica spesso impreparata a quella sconvolgente modernità e angosciante realtà che denudava e portava sulla scena.

Link: Il sito di riferimento - Filmografia 

Teatro: Prosa - Lirica - Balletto - Un suo scritto su vent'anni di teatro

 

ILARIO LOMBARDO partecipa al primo Master biennale in Giornalismo dell'Università degli Studi di Milano