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Immigrati in corteo, ventimila reclamano più diritti

di Flavia Mosca Goretta

domenica 17 dicembre 2006

MILANO – “Vi porto l’abolizione della legge Bossi-Fini! Da oggi non siete più schiavi!” grida al megafono un ragazzo africano vestito da Babbo Natale. “In Italia gli immigrati rappresentano il 10 per cento della forza lavoro, – continua – ma abbiamo solo doveri e nessun diritto”. E intorno a lui una piccola folla scandisce al ritmo dei tamburi: “Siamo tutti im-mi-gra-ti!”.

 

 

Erano ventimila (secondo gli organizzatori, molti meno per la questura) alla manifestazione nazionale organizzata da Cgil, Cisl e Uil sabato 16 dicembre a Milano in occasione della giornata internazionale dei diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie. Senegalesi, sudamericani, marocchini, albanesi e italiani che hanno sfilato insieme fino all’Arco della Pace dietro uno striscione con scritto “Immigrati, lavoratori e cittadini” in inglese, francese, spagnolo e arabo per  chiedere al governo un cambio di rotta in materia di immigrazione. Cioè, come si legge nel comunicato congiunto dei sindacati, una diversa politica degli ingressi, l’introduzione del permesso di soggiorno finalizzato alla ricerca del lavoro, interventi su casa e scuola (“Due questioni fondamentali per l’inserimento”, ha ricordato dal palco Guglielmo Epifani, segretario Cgil), il riconoscimento del diritto di voto alle elezioni amministrative ed il superamento dei Centri di permanenza temporanea, ritenuti “incompatibili con i diritti fondamentali delle persone”. Tutti temi che, spiega Epifani, “una società moderna deve saper affrontare, senza paura”.

 

Qualche momento di tensione si è avuto poco prima della partenza del corteo da piazza Castello. Da una macchina un uomo grida: “Tornate al vostro paese! Tornatevene a casa!” e alza il dito medio. Ma, a parte qualche “buuh”, nessuno raccoglie la provocazione.

 

“Siamo contro la Bossi-Fini perché è una legge razzista!”, dice con forza un anziano signore di Pisa. E ricorda: “Trent’anni fa  eravamo noi ad emigrare per cercare lavoro”. Agim, albanese, aggiunge: “L’immigrato deve essere considerato una persona, non un numero”.

 

Per il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, “la Bossi-Fini ha fallito alla prova dei fatti”, provocando un aumento della clandestinità e del precariato. “Vogliamo invitare il governo a guardare la realtà”, dice il segretario della Uil Luigi Angeletti. “nei prossimi dieci anni l’Italia avrà bisogno di quattro milioni di lavoratori stranieri per mantenere lo stesso livello di crescita economica. Dobbiamo dare a queste persone gli stessi diritti che abbiamo noi”. E aggiunge: “La convivenza è l’unica forma possibile per la sopravvivenza dei paesi. Dove non c’è , quei paesi esplodono”. Invece la situazione attuale, denuncia dal palco un’operaia, “costringe i migranti a vivere ai margini della società”.

 

Accanto ad Epifani sfila anche il segretario ds Piero Fassino. Un uomo si lancia verso di lui: “Voglio parlargli!”, chiede tra le lacrime. Si chiama Oudoni Said, viene da Casablanca, in Marocco, dove ha lasciato la famiglia. Invalido al 50 per cento, è in Italia dal 1997. Fassino si avvicina, lo rassicura. Poi Said viene trascinato via da un amico.

 

Tante persone, tanti volti, tante storie. “Io vorrei tornare a vivere in Russia, perché lì è la mia casa. – racconta una donna -  Ma laggiù è anche tutto più difficile. Per questo sono venuta in Italia”.

 

Alla fine, una promessa. “Stiamo lavorando per cambiare la Bossi-Fini”, dice Fassino ad un gruppo di giovani senegalesi. “Fate presto – lo pregano loro – che non ce la facciamo più!”.

FLAVIA MOSCA GORETTA partecipa al primo Master biennale in Giornalismo dell'Università degli Studi di Milano