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Pozzi, un giornalista dietro le sbarre. Per insegnare

di Mari Mollica

giovedì 1 febbraio 2007

Matricola 941. Lui, dentro le mura di San Vittore, ci ha vissuto. Diciassettenne, nel 1945, detenuto per motivi politici. Anche per questo, decenni dopo, ha voluto tornarci. Questa volta, portando con sé una penna di libertà. Per aiutare chi, in carcere, ci vive. Oggi. Emilio Pozzi ha fatto della sua professione uno strumento di volontariato. Lasciate alle spalle carta stampata e una solida carriera in Rai, da quindici anni varca spesso il portone di piazza Filangieri 2. Questo costante e discreto spendersi per i carcerati gli è valso il titolo di “Campione per la Comunicazione”.

Si tratta di una delle sezioni del Premio annuale “Il Campione”, organizzato dai City Angels, che ha in Mario Furlan il suo patron fondatore. Pozzi è stato premiato il 24 gennaio, durante la cerimonia nella Sala degli affreschi della Provincia di Milano. «Questo riconoscimento rappresenta per me, poco incline alla spettacolarizzazione del volontariato, un’occasione in più per parlare del carcere, un mondo su cui spesso si fa informazione distorta. E’ una realtà dura, ma deve sempre avere come fine la riabilitazione – commenta Pozzi - Il lavoro è elemento chiave per il reinserimento sociale dei detenuti. Le attività culturali offrono lo stimolo per un ritorno allo studio e alla lettura». Non a caso siamo a Milano, la città di Beccaria. Non a caso San Vittore è stato tra i primi centri in Italia a proporre percorsi di dialogo  a doppio binario: dalla società al carcere, dal carcere alla società.


IL GIORNALISMO


Due gli ambiti d’intervento di Pozzi. Da un lato, ciò che è stata la sua professione per oltre cinquant’anni, il giornalismo. Dall’altro, la sua grande passione, il teatro. «Coordino corsi di approccio alle tecniche del giornalismo, patrocinati dall’Ordine. Lo scopo è di tracciare una panoramica dei meccanismi interni ai media e fornire ai detenuti strumenti per imparare a leggere e decodificare i vari mezzi di informazione. Ma anche dare loro indicazioni sul linguaggio giornalistico, chiaro e sintetico. A scrivere, infatti, sono davvero in tanti. Soprattutto poesie. E vincono persino premi letterari. L’unica cosa che, di certo, non manca in un carcere sono le idee». Diventa, però, sempre più difficile insegnare a chi mastica poco l’italiano ed è di passaggio. «Oggi a San Vittore gli stranieri rappresentano circa la metà dei reclusi, e hanno decine di nazionalità diverse. Una Torre di Babele, insomma».


E così, negli anni, si sono susseguiti corsi al maschile, e corsi al femminile. Secondo la rigida divisione che vige in carcere. In questo modo ha preso vita “Il Due notizie”. Il settimanale è una delle testate confezionate a San Vittore, insieme ad altre riviste e a un sito web, grazie all’iniziativa di altri giornalisti-volontari. E poi, tante manifestazioni (ad esempio, per le Giornate della Memoria e del Rifugiato), e la pubblicazione del volume “Dentro San Vittore”, con le voci sia interne al carcere, sia di chi ne è uscito, sia dei volontari esterni. Si punta sulla comunicazione, superando quel paradosso per cui i detenuti/giornalisti, pur essendo anche firme del sito http://www.ildue.it, non hanno accesso libero a internet, per motivi di sicurezza. Pozzi ha trasmesso loro la passione per lo scrivere, benché la carta stampata abbia avuto un secondo piano nella sua vita: «La Rai (dove, partendo da radiocronista - tra i primi - raggiunse il grado di direttore della sede di Torino) era la moglie, i giornali gli amanti!», scherza Pozzi, ricordando le tappe della sua lunga esperienza, iniziata a “L’Unità” nel 1945.


IL TEATRO


Storica la sua amicizia con Paolo Grassi. Vasta la competenza che lo ha portato a diventare docente di Storia del teatro e dello spettacolo alla facoltà di Sociologia dell’Università di Urbino e direttore di “Teatri della diversità”, rivista che nel 2006 ha compiuto dieci anni. «Sottolineo il plurale, perché ci sono infiniti modi di fare teatro, che diventa mezzo di comunicazione con i mondi diversi: l’handicap, il carcere, la tossicodipendenza, il carcere, gli anziani, la povertà…», spiega l’eclettico giornalista, che si è cimentato anche con la narrativa per ragazzi e la saggistica. Il carcere come luogo di ricerca teatrale. Ma anche di esplorazione interiore. «Come dimensione esistenziale che rappresenta la totalità della condizione umana. Non a caso, vengono apprezzati soprattutto autori quali Beckett, Brecht, Pinter. I detenuti li sentono vicini, ci si ritrovano».

 

nella foto di Sandro Rizzi, il momento della premiazione: da sinistra, Franco Abruzzo, presidente dell'Ordine dei giornalisti della Lombardia, Mario Furlan ed Emilio Pozzi

MARIANGELA (Mari) MOLLICA partecipa al primo Master biennale in Giornalismo dell'Università degli Studi di Milano