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«Dialogo nel buio»: un percorso per vedere lontano

di Cristina Piotti

venerdì 26 gennaio 2007
Piccole luci nel corridoio basso, un bastone bianco in mano e le mani che sfiorano la parete liscia. Poi il buio, improvviso quanto atteso. Ha inizio così “Dialogo nel buio – la mostra che non mostra” dell’Istituto dei Ciechi di Milano, nata da un'intuizione di Andreas Heinecke, che l’ha progettata e proposta ad Amburgo ormai sei anni fa. Con un’idea paradossale e coinvolgente. A ruoli invertiti, un giovane non vedente guida otto persone nel buio, aiutandole a ritrovare i sensi assopiti, a sentire, percepire e vivere di nuovo tutte quelle sensazioni che la vista, la luce, lo sguardo offuscano. Sconosciuti che ritrovano il senso della condivisione degli spazi e della familiarità, una dimensione che l’alienazione metropolitana rende ormai impensabile. E allora ci si immerge nel nero, scoprendo che basta il tocco della mano per distinguere tronchi, pareti di casa, cabine telefoniche e persino modelli di automobili. Che il profumo di piante delle quali non si conosce neppure il nome o spezie così riconoscibili a prima vista non hanno solo toni di colore diversi, ma sono carichi di sfumature di profumi mai percepiti prima. Come se, in ogni momento precedente trascorso in un parco, al mare o in una casa sconosciuta non si fosse mai presa realmente coscienza di quella realtà che va oltre alla semplice vista. Una realtà fatta di rumori che nel buio diventano improvvisamente più chiari, di odori che possono spiegare senza dover alzare lo sguardo il colore del cielo e semplici passi che imprimono sul piede fasciato dalle scarpe la morbidezza dell’erba e la scivolosità di un ponticello. Ci si lascia guidare ascoltando la voce di chi, se anche non vede, è capace di rendere chiaro il nero che avvolge, mostrando e insegnando come prendere consapevolezza dello spazio circostante. Per usare pareti e superfici per leggere ogni ambiente, quando è l’intero corpo a vedere. Per considerare ogni ostacolo una possibilità di comprendere la realtà e non un limite da aggirare, completamente affidati a soli quattro sensi. E a una voce che tutto vede e alla presenza stessa delle altre persone, che aiutano a delineare, nella mente, profondità e distanza dell’invisibile. Quasi inconsapevolmente ci si relaziona, con semplicità, con otto sconosciuti, compagni di viaggio che provano le stesse difficoltà, camminando a piccoli insicuri passi nel tentativo di non sbagliare. Fino a quando, a poco a poco, capiscono che ascoltare le voci di tutti o parlare con chi passa loro accanto, è la migliore possibilità per muoversi liberamente, smettendo così di arrancare con timidi movimenti. Si termina in un bar, una chiacchierata completamente politically scorrect, facendo quelle domande che solitamente si evitano, pensando che parlare di disabilità con un cieco sia poco delicato. Invece una sola ora è bastata per rendere normale quell'handicap che poche ore prima si credeva un limite, facendoci diventare curiosi e interessati alla vita di tutti i giorni, ai problemi, alle difficoltà. E si riconosce l’effettivo significato di parole fin troppo usate: barriere urbanistiche, integrazione, impegno cittadino. Dove il successo di “Dialogo nel buio” è la risposta stessa di una città che da oltre cent’anni ha nell’Istituto dei ciechi il modello a cui guardare per preservare la sua identità solidale.

All’aperto si sente, chiaro, il vento freddo sulla faccia e il marciapiedi ruvido sotto i piedi. Spiega uno dei cartelli all’ingresso “Non occorre guardare per vedere lontano”.

CRISTINA PIOTTI partecipa al primo Master biennale in Giornalismo dell'Università degli studi di Milano